Archivio | aprile, 2012

“Irreversible” di Gaspar Noé

16 Apr

“Il tempo Distrugge Ogni Cosa”, questa la chiave del controverso secondo lungometraggio di Gaspar Noé (dopo “Seul Contre Tous” del 1998 e “Enter The Void” del 2009, di cui ho già parlato qui), un film accolto in modo indegno da una critica con la puzza sotto il naso e dal pubblico che si crogiola nelle acide considerazione dei critici pronti a masturbarsi su qualsiasi cosa che duri quattro ore e mezzo e raggiunga l’emblema dell’immobilismo.
Indegno, perchè è troppo facile parlar male di un film che, invece, andrebbe rivalutato dal principio. Perchè sono ben pochi i film che, nella cinematografia occidentale contemporanea, sanno essere così “oltre”, così devastanti, purificanti e carnali come “Irreversible“, un film capace di scuoterti e non abbandonarti più, per giorni interi.
Indegno è criticare un film perchè fa comodo, senza averlo capito (le recensioni negative che si trovano in giro, infatti, non si esplicano quasi mai, puntando con faciloneria a elementi indispensabili per la creazione del film stesso), solo perchè nel cast figura la nostrana femme fatale Monica Bellucci, tra l’altro in una performance invidiabile, sicuramente la migliore della sua carriera.
Quando la donna ideale degli uomini eterosessuali italiani, infatti, si spoglia dei personaggi che le vengono cuciti addosso solo per il suo aspetto fisico (la burina, la romana sboccata, il puttanone), riesce persino a recitare in modo eccellente. Accade qui, in un film che finalmente riesce a darle grosse libertà espressive, sconvolgendola. Apice, e motivo di fischi, è la scena in cui la protagonista femminile incontra il proprio infausto destino in un sottopassaggio parigino dalle pareti infuocate di rosso morte.

12 minuti di camera fissa, rasoterra, di una Bellucci come non la si è mai vista prima: rantola sotto le luci al neon intermittendi, si inarca, urla: è incredibilmente pacata, vulnerabile, struggente. Pronta ad abbandonare la sua sensualità, si dipinge di fango.
12 minuti di stupro, tra i più agghiaccianti della storia del cinema, se non il più. Noè non ha paura di farcelo vedere, destando il disgusto, discussioni di buon senso e altre cose che sarebbero la gola dei conservatori.
Perchè filmare quest’indecenza? Perchè Noè vuole inchiodare lo spettatore, e lo fa con incredibile facilità: il suo cinismo risiede nel prendere una delle donne considerata tra le più belle al mondo e di spogliarla per distruggere chi vede. Non c’è nulla di eccitante in questo squarcio di inferno, che è parodia stessa della vita: un uomo che scende in un sottopassaggio, resta a guardare per due secondi e poi se ne va.

Allo spettatore non è concesso: deve guardare tutto, da vicino, e non può intervenire. Lo deve subire perchè ha voluto, per mero voyeurismo, deridere, partecipando alla sofferenza di un uomo (Vincent Cassel) a cui hanno stuprato e ucciso la fidanzata. Perchè l’essere umano gode nel vedere la sofferenza altrui e cerca di non convincersene, ma è così.

“Il Tempo Distrugge Tutto”, dicevamo. E qui arriva l’idea dalla narrazione al contrario. Criticatissima perchè pare copiata da un filmaccio come “Memento” (2000) di Cristopher Nolan, come se neanche fosse il primo ad adottare questa scelta “innovativa” (dove lo lasciamo “Peppermint Candy” di Lee Chang-Dong, uscito nel 1998?).
Se nel film di Nolan il ritorno al passato è solo un pretesto per ricostruire un’identità di ricordi e per vezzo stilistico e in “Peppermint Candy” è una scelta per descrivere cosa può spingere un uomo al suicidio, in “Irreversible” la narrazione inversa è la base dello stesso film: Il tempo distrugge tutto.

Un film di vendetta non può che partire al contrario, perchè la vendetta stessa cerca di rimediare, inutilmente, a qualcosa che è successo nel passato. Tenta di strappare dalla morte i propri cari e i propri affetti, pur essendo consci di quanto sia inutile. Ed è beffardo il tentativo di sottolineare la vanità della vendetta per Noé: l’uomo che viene ucciso dal migliore amico di Cassel non è lo stupratore (e non è uno spoiler, perchè lo si scopre quasi subito).

Un film di osservazione pura, “Irreversible”, che è sublime nella sua capacità di sfruttare la narrazione inversa (pericolosissima, invero, per un vengeance-movie, visto che l’azione normalmente si concentrerebbe nel finale, mentre all’inverso, è concentrata nella prima mezz’ora, con l’aggravante di sapere già tutto), per inchiodare alla poltrona: con una semplicità solo apparente, infatti, Noè nasconde simbolismi, indizi (fate attenzione ai dialoghi tra i tre protagonisti durante il viaggio in metro, la Bellucci che si toglie la mano del fidanzato dalla bocca, proprio come farà con lo stupratore, il desiderio scherzoso di Cassel di sodomizzare la fidanzata, che diventa orribile presagio, il libro che legge la Bellucci sulla potenza dei sogni premonitori e sul tempo che è già scritto), distruggendo ulteriormente lo spettatore.

E Noè, senza pietà, porta lo spettatore in un finale di straordinaria bellezza, dove prima una bizzarra citazione di “2001: Odissea Nello Spazio” di Kubrick (perchè è un film che inizia con la nascita dell’uomo, mentre “Irreversible” è l’esatto contrario) e poi un sogno ad occhi aperti, di massacro dell’innocenza e di apocalisse del sogno borghese, portano ad un incubo di allucinazioni ed epilessia. Il tempo ha distrutto tutto: ha distrutto i suoi protagonisti, lo spettatore e il film stesso.

“Irreversible” è un film straordinario, un autentico capolavoro da riscoprire e valutare con più coscienza. Sicuramente, uno dei più coraggiosi che possiate trovare.

Blood Is Beautiful: “Xiu Xiu Live”

8 Apr

(Jamie Stewart e il sottoscritto)

Milano, 3 Aprile 2012. Salumeria Della Musica

Pre-Concerto

Ore 16, o giù di lì.

Arrivo troppo presto. I cancelli si dovrebbero aprire alle nove, come recitato da un cartello affisso al muro di questo locale immerso nella periferia più triste, ma sono spalancati. Entro con le mie cinque ore e mezzo d’anticipo, ignaro di tutto.

C’è un uomo seduto sulla sedia che attende qualcosa. Sta fumando la sigaretta e lo scambio per il proprietario del posto. Gli chiedo “Posso restare?”

Altri non è che un giornalista. Sta aspettando il suo turno. Sì, perchè Jamie Stewart, il carismatico leader degli Xiu Xiu, è proprio lì, a due passi da me e parla delle sue impressioni su musica, politica, sesso, amore e letteratura. Ride fragorosamente, è a suo agio: molto diverso da come me lo immaginavo. Molto diverso da quell’icona alternativa/queer di durezza e provocazione. Così diverso da quell’emblema di depressione e dolore, di autolesionismo e rabbia.

Ma se c’è una cosa che funziona negli Xiu Xiu, è proprio questo: il continuo equilibrio tra la provocazione e la dolcezza, tra la rabbia senza limiti e l’infanzia. Chi è , infatti, Jamie Stewart se un bambino nel corpo di un quarantenne?

Un musicista con alle spalle più di quindici anni di album, che mai si è vantato della sua popolarità nel circuito indie. Mi avvicino a lui dopo averlo ascoltato e ammirato da lontano.

Facciamo due foto insieme, discutiamo del più e del meno e, poi, dimostra la sua generosità: prima mi invita alle prove, poi mi regala due dischi (“Blue Water White Death” e “Fabulous Muscles“), una maglietta e una borsa. Mi fa più volte cenno, mi saluta e torna a parlarmi.  Un uomo che si porta il suo merchandising da casa, con la sua valigia portata da Saint José, in California, dove tutt’ora vive.

Partono le prove. Si rimpiange l’assenza di Angela Seo, la grande compagna di merende che, dopo l’addio di Caralee McElroy, andatasene per “motivi personali” dopo l’uscita di “Women As Lovers“, ha accompagnato Jamie nel suo itinerario musicale distruttivo. Perchè Angela manchi? Non si sa. A rimpiazzarla c’è Bettina, una ragazza che non ha nulla della presenza scenica della componente ufficiale: è morta sulle tastiere e pare una statua di cera. Tuttavia la cosa funziona: Jamie è più in forma che mai, la musica raggiunge picchi altissimi e si sentono accenni di quello che avverrà: Joey’s Song” in primis.

Io: “Che canzoni farete stasera?” Jamie: “Che canzoni vorresti ascoltare?” Io: “Ian Curtis Wishlist Jamie: “Nooo! Quella non la facciamo più!” Io: “è la mia preferita!” Jamie: “Potevo immaginarlo!” Io: “Suha, allora” Jamie: “Oh, meno male, quella la si fa!”  

(Tutte le foto che compaiono nell’articolo sono state scattate dal sottoscritto, n.d.r.)

Il Concerto

Apre l’italiana Mushy, che si diapana in una scelta musicale che pare miscelare Zola Jesus e la witch-house. Brava, carismatica e potente, la sua breve performance dà il via allo spettacolo per cui tutti i presenti si trovavano sotto il palco: gli Xiu Xiu.

Sale con i suoi tre elementi, Jamie Stewart, allegro e spensierato come non mai.  Dopo un fugace rito di purificazione pagano, attacca la prima canzone: è “Fabulous Muscles“,  che rientra tra le sue ballate più intense in assoluto. Resa ancora più magica dal vivo, la canzone è una straordinaria love-pièce, dove l’amore puro si mischia alla morte, al sesso, al sangue. Un testo durissimo che s’accompagna con il dolorosissimo e lento passo di danza, colpendo dritto al cuore. Jamie Stewart chiude gli occhi e si lascia trasportare:

“Non è romanticismo, Non è sesso, é solo una notte stellata”  

Un’apertura commovente che si sradica nella rabbia repressa di “Smear The Queen“, nell’album, l’ultimo “Always“, più controllata e easy-listening, in duetto con Carla Bozulich. Da solo, Jamie si sfoga con rabbia, violenza e passione. Scarica riff elettrici e non lascia scampo, sfociando in una versione elettrica e furiosa di una splendida The Fox And The Rabbit“, uno dei vertici tra le ballad della formazione.

Il concerto rimane su livelli altissimi di musica straordinaria. Jamie si divide tra l’empatia di una “Sad Pony Guerrilla Girl” resa stupefacente e allungata (già su disco era una delle canzoni più belle del decennio scorso, dal vivo è un miracolo) e un’appassionata cover di Ceremony” dei Joy Division.

Jamie canta da solo anche “Honeysuckle“, nell’album in duetto con Angela, e i risultati restano efficaci e sorprendenti, velocizza “Joey’s Song” rendendola quasi punk e poi ferma il tempo con “Suha”, canzone-capolavoro, trascinata dai cori aperti e ubriachi del pubblico, ammaliato da cotanta bellezza.

Ma non finisce qui. Hi, il singolone bomba che tutti aspettavano, dal vivo è bollente.  This Too Shall Pass Away“, bellissimo pezzo sul superamento del dolore, diventa un grido di gioia che squarcia la sofferenza e l’empatia delirante che si stavano facendo troppo sentire.

E poi. Il botto. I Luv The Valley Oh“, il brano più famoso del gruppo, urlato su un riff irresistibile, unisce il pubblico e lo porta a cantare insieme al frontman. Un anthem assicurato, che diventa emozione putrida, viscerale. Musica vera.

Ma è con il bis, una cover dei Suicide (“Frankie Teardrop”) che arriva la bomba: Jamie impazzisce, salta, urla, danza (a modo suo), diventa un animale da palcoscenico  fino allo sfinimento. Uno show spettacolare concentrato in 5 minuti di sospiri e urla, che non ho potuto fare a meno di filmare:

Lo show è finito. Jamie Stewart ringrazia e, con il sorriso stampato sul viso, saluta con la mano. Lui è felice. Io sono ancora scosso.

E ho ancora “Fabulous Muscles”, da lui regalatomi, che gira ininterrottamente nello stereo.

Muscle (Hisayasu Sato)

1 Apr

Hisayasu Sato è un regista strano, molto strano: è un uomo dotato di una profondissima sensibilità, deviato da traumi infantili e sessuali su cui è meglio non divagare, è una personalità insolita all’interno del cinema giapponese. é un nome che più volte si tira fuori per definire quel sottogenere del cinema asiatico che prende il nome di “Cinema estremo”: in realtà, il cinema di Sato è tutto fuorché tette e sangue.

Hisayasu Sato è tutto fuorché un pervertito. Regista spesso sfortunato, poco considerato e diventato celebre solo con il caposaldo “Naked Blood” (1995), film splatter filosofico che riflette sull’impossibilità della cancellazione del dolore nell’essere umano, è in realtà un artista con alle spalle quasi un centinaio di film. Personaggio enigmatico, ambiguo, eppure capace di grandi cose. E, tra queste grandi cose, sicuramente c’è “Muscle“: il suo capolavoro, un film splendido e perfetto in ogni sua componente, che ancora una volta sfrutta il genere del “pinku-eiga” (il cinema softcore nipponico a basso budget) per avere la massima libertà d’espressione, sia visiva che narrativa.

Ma “Muscle” è, prima di tutto, una potentissima storia d’amore e cinema. Film breve ed intenso, lento, dolorosissimo e, a tratti, persino estenuante, che riflette, con una potenza inarrivabile sia sul rapporto di coppia, che sul rapporto con il cinema. Il cinema è visto come uno strumento di altissima capacità, di massima comunicazione e di interazione (“Se non ti piace quel che vedi, allora non pagare”), o come unione degli affetti interpersonali (il protagonista che vuole vedere “Salò O Le 120 Giornate Di Sodoma” per riallacciarsi ad una persona cara, che gli aveva parlato del film stesso), un senso metafilmico che si riallaccia perfettamente alla visione distorta e sconcertante dell’amore, secondo l’autore asiatico: in una società sull’orlo del collasso, soffocata dal desiderio del possesso e della perversione, solo i puri di cuore credono ancora nell’amore. E i puri di cuore sono destinati a soffrire.

Per questo anche l’azione, che è il letmotiv del film (ritrovare il proprio amante per restituirgli il braccio amputato), sotto la crosta del grottesco e del disturbante, nasconde una metafora splendida sull’amore: per amare bisogna raccogliere i pezzi che hanno portato alla rottura del rapporto e rimetterli insieme. Per amare bisogna dimenticare il corpo, accecandosi, e iniziare a sessualizzare l’anima.

I personaggi di Sato sono sempre persone vuote, che cercano disperatamente qualcosa che possa riempirle: sono automi senza volto, disperate cornici del nulla, vaganti spaventapasseri in mezzo a soffocanti vie metropolitane. I personaggi di Sato cercano nel sesso l’unica via possibile verso la catarsi, ma non la trovano quasi mai: la speranza risiede in un non-luogo, in un limbo dove finalmente potersi raccontare.

E qui entra in gioco il lunghissimo, straordinario finale, che pare anticipare di oltre dieci anni l'”Eyes Wide Shut” kubrickiano: un dolente e morbosissimo festino sessuale che si trasforma in farsa teatrale, dove tutti i nodi vengono al pettine, e dove solo un’azione estrema può ricongiungere due persone che si amano, ma che non vogliono rendersene conto.

è lo sguardo, criptico, disilluso e vertiginoso di Hisayasu Sato: un pugno in pieno viso che si concretizza in un cammino che sprofonda negli inferi, nelle viscere, subliminando ciò che è inconscio in tutti noi. è un viaggio che vive di morte, arte, sesso, amore, vita. E ciò che può essere considerato estremo, impossibile  o violento, non è altro che la nostra vita.

Per amare, si deve ballare, ad occhi chiusi, un tango sfrenato.